Mentre i notiziari osservano con giusta attenzione l’operato del neo sindaco, mentre sempre i bravi osservatori si preparano a registrare “la notte dei lunghi coltelli” nel Pd, la nostra attenzione si sofferma su una promessa mantenuta. Il candidato sindaco Aldo Cerroni si dimette da consigliere comunale – ruolo guadagnato automaticamente per aver superato una proporzionalità nella candidatura a sindaco.
Parliamo di Aldo Cerroni non perché nostro amico o perché Guidonia Times abbia fatto endoursement per lui (due fatti veri).
Le dimissioni di Aldo Cerroni debbono far riflettere sul gioco delle possibilità reali, che non diventando realtà, smettono di esistere. Perdono la forte consistenza da cui erano partite.
In sostanza, lo schieramento di Aldo Cerroni è stato la vera novità delle elezioni – Sì, perché oramai tutti conosciamo il grande propellente del movimento Cinquestelle. Non fa notizia, non è sensazionale il fatto che questo partito organizzato da persone non pubbliche riesca a conquistare le amministrazioni delle città. E lo fa con pieno merito dimostrando di “essere partito” non semplice movimento di opinione.
IL Pd è il Pd. I suoi mal di pancia sono res omnium. La vocazione ad essere partito di governo lo porta sempre al centro dell’attenzione. E il centro però è la sua maledizione.
IL centrodestra a Guidonia martoriato dalle inchieste della magistratura si vedeva diviso. Ma del resto è così anche a livello nazionale

Invece Aldo Cerroni pur non essendo il candidato forte, determinante, pur non essendo un notabile della città, si è messo alla guida di una compagine variegata. Aldo Cerroni è un avvocato giovane che è stato sempre impegnato in politica ed ha vissuto le inquietudini del mondo del centrosinistra (Ppi-Margherita-Pd). Eppure la coalizione di Aldo Cerroni ha tentato la combinazione con liste civiche, senza partiti tradizionali. Vero è che questa operazione di rinnovamento era riuscita a Tivoli. Ma è anche vero che a Tivoli il candidato sindaco era un notabile, Giuseppe Proietti.
Cerroni non lo è (non ce ne voglia).
L’impresa di arrivare al ballottaggio, vero obiettivo di tre contendenti (oltre a lui Di Silvio e Barbet che ci sono effettivamente riusciti) consisteva nel giocarsi tutto nella competizione a due. I due che arrivano al ballottaggio giocano tutto il loro appeal, ma anche si avvantaggiano dei limiti dell’avversario. Ma le quattro liste civiche non ce l’hanno fatta ad arrivare al ballottaggio per soli duecento voti. Barbet ha fatto meglio di Cerroni. Plauso a Barbet. Ma è anche vero che il Movimento cinquestelle è riconosciuto a livello nazionale. Diversamente dallo schieramento delle quattro liste la cui corsa era tutta in salita. Eppure lo schieramento di Cerroni ha lambito il primo obiettivo. Non ha avuto la possibilità quindi di giocare tutto nel secondo vero obiettivo, quello di diventare sindaco. (Primo e secondo sono in ordine temporale).
Ma è vero che chi ha vinto, Barbet dei cinquestelle, ha raccolto appena duecento voti in più del suo contendente, Di Silvio. Questo significa che Cerroni ce l’avrebbe potuta fare contro Di Silvio, penalizzato da un momento di massimo ribasso del partito democratico, i cui rappresentanti in quasi tutte le città non ce la fanno quando debbono cavarsela da soli.
Cerroni, a differenza di Di Silvio, avrebbe potuto contare sulla captazione di simpatie sia a sinistra che a destra. Arriva a un passo, anzi due, dal diventare sindaco e rinuncia a fare il consigliere. “Destino cinico e baro”? No! Mai. Piuttosto coerenza con le promesse fatte a chi lo ha sostenuto. Determinazione nel pagare pegno pieno per non aver ponderato l’imponderabile. Ma questa esperienza elettorale insieme a questo epilogo qui evidenziato serve a dare un insegnamento per il futuro: “Entrano negli stessi fiumi, ma acque sempre diverse scorrono verso di loro” (Eraclito, fr.28).