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Che i Comuni possano gestire direttamente le risorse destinate dall'Unione europea a rilanciare le imprese

Il teatro di Guidonia ospita la rappresentazione a soggetto tra due ordini di idee: la concretezza di Eligio Rubeis, l’astrattezza del professore il sarcasmo di Oliviero Beha

Del teatro si è detto sempre che le sue rappresentazioni debbono avvicinare al massimo i problemi più cocenti che l’umanità percepisce. Martedì 13 maggio al teatro Imperiale non poteva debuttare meglio la recita a soggetto sulla volontà di potenza insita nel piccolo artigiano in opposizione alle astrattezze del teorico. In mezzo i giochi dialettici di Oliviero Beha. Tutto questo davanti alla sala riempita di imprenditori della città, candidati in Consiglio comunale, studenti. Sono le sedi in cui ciascuno non vuole essere rassicurato né trovare facile ottimismo, ma avere un aiuto reale per capire l’attuale fase storica.

Antonio Gambino, docente universitario di politica aziendale, individua gli errori dell’Euro nell’incapacità di accompagnare una politica veramente comunitaria e fa l’esempio dell’antica Roma dove l’esercito conquistatore si affermava poi con le opere pubbliche, con un ordinamento prima sconosciuto ai popoli occupati, con la disponibilità di merci e per ultimo con i propri sesterzi. Esempio del tutto infelice se si ricorda che gli antichi romani furono maestri in tutte le materie degli studia humanitatis, tanto che ancora potrebbero dare lezioni di politica applicata. Solo, non capirono mai cos’è l’economia. Tanto che molti storici ascrivono la fine dell’Impero proprio all’incapacità di riconoscere nel surplus di moneta il principio di un effetto inflattivo che metteva fuori controllo i giusti rapporti tra spesa e opere, tra monete e merci.

Oliviero Beha, tra il serio e il faceto, ci prova a dire la sua. Lo fa in forma di domanda ma la sua è un’asserzione vera. L’Italia negli anni Cinquanta e Sessanta ha cercato di recuperare duecento anni di ritardo sui paesi industrializzati ed era chiaro che il contraccolpo sarebbe arrivato, presto o tardi.

Anche Beha è fuori sincronia perché quei contraccolpi l’Italia li pagò con l’inflazione a due cifre, tanto che sui correttivi svalutativi poggiò il perno della politica monetaria ad inizio anni Novanta. Ma affacciandosi al nuovo millennio ci si è accorti che il gioco era cambiato. L’arbitro (l’Unione europa) era vero giudice di gara. La maniera di impinguare il debito pubblico esorbitando dal Pil era un gioco che non poteva durare a lungo. L’Ue si è mostrato un giudice che i falli li fischia tutti e quando ci si è accorti di questo  la squadra era già andata giù di classifica

La vera lezione la dà Eligio Rubeis. Chiaro è che si tratta di un politico anomalo. Rubeis, da architetto, da tecnico a servizio dell’impresa, conosce l’economia reale meglio di qualsiasi Solone che dalla cattedra sentenzia. Meglio di qualsiasi Grillo parlante improvvisato economista. Rubeis non si distacca da quel che sa e quel che sa è quel che ha visto e sperimentato. Parla dell’economia italiana come un’opera raffigurabile con il Rinascimento dove, al di là delle tendenze generali, a fare il capolavoro sono i singoli maestri. Alcuni sono conosciuti, ma i più bravi sono in ombra. Alcuni sono in sala e salutano con vigoroso applauso il richiamo all’ottimismo della volontà a cui chiama Eligio Rubeis.

Il lavoro da fare è ancora lungo. Impossibile percorrerlo da soli. Ma altrettanto impossibile farlo senza avere come riferimento le grandi strategie che arrivano da un governo dell’economia di Stato derivato da grandi logiche. Solo l’Unione europea può darle e del resto i rappresentanti della classe dirigente del nostro paese non possono dare esempio. E allora la proposta è che le risorse dell’Unione europea possano essere gestite soprattutto dai Comuni virtuosi, non più solo appannaggio degli enti Regione che dovrebbero porsi come elemento di distribuzione: l’effetto è stato dei quattro miliardi non tornati a disposizione del sistema-italia ma rimasti a Bruxelles per incapacità degli enti delegati a fare progetti credibili.

Meglio i primi amministratori delle città virtuose. Meglio loro, perché la trincea aiuta a capire la politica. E non è possibile capire la politica prescindendo dal rapporto tra progetto e sua esecuzione reale. Coma fa, appunto, un buon architetto.