Della Lady di ferro si ricorda la rinascita del liberismo, l’attacco all’inflazione, alla spesa pubblica, ad ogni presenza dello Stato che potesse essere di garanzia per l’andamento dell’economia. Una nuova norma per la conduzione di un sistema-paese al quale Margareth Thatcher aderì senza tentennamenti mostrandosi coerente fino al suo ultimo atto da inquilina al N.10 di Downing Street.
Più modestamente anche Barbet da inquilino di Palazzo Matteotti interpreta il suo mandato secondo le regole che egli stesso si è dato. E non deroga. Non ci sono manifestazioni o pressioni sindacali che riescano a farlo deflettere dalla sua ispirazione fondamentale: la lettura della disposizione regionale che vede i cavatori come inadempienti, quindi come inadeguati a ricevere il mandato per continuare con l’escavazione.
Ma per entrambi c’è una visione che non è tematizzata al momento dello scontro con le parti sociali, forse perché acuirebbe ancora più i termini dello scontro. C’è il rifiuto a pensare la propria realtà amministrata come produttrice pura di beni che derivano dalla terra, dal sudore, dal lavoro usurante. Meglio aprire al mercato, al terziario, alla tecnologia, ai servizi di qualità. IL lavoro in miniera, come a Guidonia il lavoro in cava, ricorda troppo le origini povere delle proprie terre. Ed è qui che si concentra il condensato di un pensiero prevalente, quello che guarda esclusivamente al mondo della tecnica. È bene pensare alla propria realtà amministrata – secondo Thacher e forse anche secondo Barbet – come a quella dove si concentrano scambi, mediazioni, anche lavorazioni, ma ad alto profilo. IL travertino, come le miniere in terra d’Inghilterra, fanno rumore. Provocano polvere, obbligano ad attuare una politica in difesa strenua dei lavoratori legati alla vita grazie a un lavoro umile e duro. Tutto questo riporta a una dimensione che non piace, porta a una logica applicativa del proprio mandato che ha bisogno di troppo lavoro, di tanta applicazione, di vera dedizione. E allora è meglio che questi operai scompaiano. Meglio l’illusione dell’aria più pulita perché sottratta alle polveri create dal lavoro sotto terra. La disoccupazione creata? Si risolverebbe inventando impresa nel terziario, inventando magari un altro centro commerciale, un’area a servizi. Ma quale motore riuscirà a determinare un andamento all’economia se non esiste il settore produttivo puro e semplice? Commercio o terziario arrivano di conseguenza. Senza elementi produttivi, che creano profitto e altra produzione, è impossibile pensare un’economia più complessa. A meno che non si pensi alla creazione della ricchezza attraverso decreto, con forme di lavoro assistenziale o comunque inesistente, utile solo a distribuire moneta che poi circoli nel mercato. Figlio di questa visione è il reddito di cittadinanza. Ma qui, certo, si differenziano mille miglia dalle misure della Lady di Ferro improntate su impostazione neoliberista.
Tutto questo appare come un’esercitazione dialettica. Vuole invece contribuire a mettere a fuoco i veri problemi del sistema tiburtino che rischia di saltare. Cosa si vuole? La dismissione delle cave? Lo si dica. Non ci si nasconda dietro l’attesa del pronunciamento del Tar. Cosa ne pensa il governo? (Sì, perché la questione se così fosse esorbita anche dalle competenze della Regione Lazio). “Lo stato è qui!” Ha proclamato oggi l’Onorevole Cubeddu. Ma sarebbe stato meglio uno Stato assente piuttosto che rimandare alla sentenza di giudici risposte che gli eletti dal popolo dovrebbero dare.