Giovedì 24 ottobre in sala giunta a Palazzo Matteotti

Prima proposizione: I fatti ascritti a due dirigenti riguardano la precedente amministrazione.
Seconda proposizione: Questa amministrazione ha aperto le porte con massima trasparenza alle indagini.
Quindi: questa amministrazione non è interessata all’epilogo di questa inchiesta giudiziaria? No. Conclusione sbagliata.
Questa amministrazione ha piena fiducia nei dirigenti messi sotto la lente di ingrandimento della magistratura altrimenti non li avrebbe confermati.
Se qualcuno rileva imperizia logica è perché manca un ulteriore passaggio col quale si arriva a queste conclusioni.
Questa amministrazione, oltre che trasparente, è garantista. Non si fa coinvolgere dal vento delle procure e, cosa più importante, non è disposta a soffiare sul fuoco dello scandalismo per fare facile presa sull’elettorato.
Potrebbe essere la chiosa del ragionamento di Eligio Rubeis nella conferenza stampa di giovedì 24 ottobre alla sala giunta di Palazzo Matteotti.
Tutti conoscono l’articolo 51, nei paragrafi 2 e 3, della legge n.142 del 1990. ” Spetta ai dirigenti la direzione degli uffici e dei servizi secondo i criteri e le norme dettate dagli statuti e dai regolamenti, che si uniformano al principio per cui i poteri di indirizzo e di controllo spettano agli organi elettivi mentre la gestione amministrativa è attribuita ai dirigenti ” (E questo è il paragrafo due). ” Spettano ai dirigenti tutti i compiti, compresa l’adozione di atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, che la legge o lo statuto espressamente non riservino agli organi di governo dell’ente. Sono ad essi attribuiti tutti i compiti di attuazione degli obiettivi e dei programmi definiti con gli atti di indirizzo adottati dall’organo politico “… (E questo è il paragrafo tre).
Detto questo è chiaro che in ogni amministrazione pubblica di un Comune in questo paese si crei il necessario rapporto di vicendevole reciprocità tra eletto e funzionario dello Stato. Il controllo non si può esercitare senza conoscenza dell’ordinamento, la conoscenza su come si espleta un atto pubblico non è sufficiente perché l’atto abbia un vero indirizzo diretto all’interesse pubblico. Le due figure speculari sono destinate a sovrapporsi con la differenza che dopo la riforma degli enti locali ad andare sotto bagno sono i funzionari, non gli eletti. Questo almeno, fin quando i primi non dichiarino di aver agito su pressione dei secondi.
In una vicenda senza fine, dove il cortocircuito è nel preventivo, il Comune scoperchia la pentola, gli anticorpi prendono il sopravvento. Il ricorso alle mannaie giudiziarie finisce per svolgere la sua missione, con l’effetto, nel migliore dei casi, di mettere alla gogna il reo di irregolarità. La gogna mediatica è pronta, lo sdegno e lo sciacallaggio politico anche.
In mancanza di conoscenza degli atti a cui fa riferimento la procedura della Procura di Tivoli, la riflessione non può che avere questo sapore. La cultura del sospetto finisce per demolire non solo l’avversario ma l’intero impianto in cui viene celebrata questa grande rappresentazione che è la politica. Ma a perdere, allora non sarà solo la politica, ma la democrazia come organizzazione del consenso e sistema di elaborazione collettiva delle decisioni. E il problema è che un altro sistema non ce lo abbiamo.