Indice Rilevanza

Ad inizio anni Novanta la classe dirigente di Guidonia fu spazzata via dalla Tangentopoli locale che fece a pezzi il partito di maggioranza relativo di quegli anni, il Psi. A distanza di venticinque anni Guidonia si trova nella stessa condizione con gli arresti di dirigenti, funzionari, vice sindaco e un consigliere per corruzione. Solo che stavolta in cocci rischia di andare tutta la classe politica della città. Sì, perché un fenomeno di queste proporzioni coinvolge tutto e tutti. Anche chi era all’opposizione e non avrebbe esercitato la funzione di vigilanza.
Venticinque anni fa l’amministrazione che subentrò provò ad affermare la “cultura del limite”. Il significato dell’espressione “limite” stava tutto nelle prerogative che la legge assegna agli amministratori. La formuletta è nota: agli eletti la facoltà di indirizzo e controllo ai funzionari l’onere di espletare le indicazioni che gli eletti hanno espresso. IN questa nuova equidistanza di poteri si trovava anche una dimensione per circolarità: agli eletti spetta anche la funzione di controllo della correttezza degli atti.
La vittoria della legalità faticò molto ad affermarsi. Ma alla fine riuscì nel suo obiettivo. Con “cultura del limite” però si intendeva anche qualcosa di più. Capire che i progetti su una città dovevano trovare adeguata collocazione con le potenzialità del luogo. Non si potevano pensare, ad esempio, nuove cubature ad uso abitativo in un’area che un tempo era paludosa. Subsidenza, micro terremoti, rafforzarono nelle amministrazioni successive il convincimento che la crescita inevitabile della città non avrebbe potuto superare quei limiti imposti dai suoi tratti geologici. Ma un altro limite era dettato dalla concorrenza dei comuni vicini.
Era difficile pensare a un Parco Termale, perché Tivoli mai e poi mai avrebbe collaborato nel mettere a disposizione la risorsa sulla quale aveva pieno appannaggio.
Era difficilissimo pensare ad un nuovo ospedale, nonostante ci fosse un’area e una struttura pronta ad accoglierlo perché, anche qui, Tivoli non accettava declassamenti sulla sua struttura nosocomiale sulla quale la Regione Lazio aveva investito.
Era impossibile puntare su una valenza industriale, produttiva, perché il grande affare ce l’aveva Roma col Polo Tecnologico e nulla riusciva a sconfinare da lì che già non fosse presente a Guidonia. Guidonia poteva tenersi solo Centro agroalimentare romano che anche nella denominazione non era di Guidonia.
In sostanza, Guidonia doveva fare i conti con i limiti che le sovranità territoriali le avevano imposto. In questo ambito ottenere il casello autostradale sulla bretella Fiano S.Cesareo sembrò un grandissimo successo. Inutile però, allo stato attuale, per le novità economiche che avrebbe dovuto portare.
Altro successo il protocollo d’intesa con L’Università La Sapienza per dislocare presso l’aeroporto militare la facoltà di ingegneria aerospaziale. Anche questa però rimasta lettera morta.
Nella “cultura del limite” erano quindi più evidenti i divieti assoluti che le possibilità di esplorare nuove frontiere.
Inevitabile il suo regresso allo stato iniziale, al far west, alla conquista di nuove opportunità per interventi specifici, privi però di un quadro programmatore. E’ mancato alla città un criterio di governo. Queste le conseguenze:
a) Guidonia pronta a realizzare nuove cubature abitative con le quali pagare le emergenze lasciate sospese dalle precedenti;
b) interventi edificatori a spot utilizzando opportunità di risorse pubbliche o private senza però un piano di regolazione urbanistica generale;
c) rinuncia ad un ruolo di indirizzo nell’affermazione della valenza territoriale delle imprese del travertino, abbandonante a un laissez faire che diventa funzionale anche agli imprenditori rimasti senza impegni per la città;
d) rinunzia a svolgere una politica territoriale per il Parco Termale.
La mission di Guidonia nel contesto metropolitano rimane opaca. Marginale il suo ruolo. L’importante è semplicemente stare dentro i luoghi dove si decide: Regione Lazio. Meglio ancora, l’importante è cogliere alcune opportunità realizzando quel che si può e rinunciare a quel che si deve.
Così, le nuove leve che crescono in questo vuoto progettuale avvertono solo l’obiettivo di crescere elettoralmente per rivaleggiare nei confronti dei vecchi big. Ma per crescere, in questa logica perversa, bisogna disporre di danari.
Dall’altra parte dei luoghi decisionali, gli uffici del Comune, i dirigenti nominati direttamente in un sistema che somiglia allo spoil system sono sempre a misura dei politici che li hanno insediati.
Oggi bisogna ricominciare da capo. Bisogna riprendere il filo di quella cultura del limite che non è riuscita ad affermarsi. Chi doveva segnare il tratto di confine nei comportamenti e nel fare – funzionari e nuove leve della politica – ha mostrato di essere sempre più in funzione degli interessi illegittimi che di quelli della città.
La missione della nuova classe di governo che si affermerà, invece, consiste nel ritrovare la nuova “cultura del limite”. Tenersi sul versante stretto della politica dei quartieri, sul fare… Essere trasparenti, essere più a servizio del cittadino e meno alla rincorsa di grandi progettualità oramai consegnate alla Storia. Nel determinarsi strettamente a servizio dei quartieri nella loro specificità, ragionare però con un’idea di città da mettere nero su bianco. Quindi un piano regolatore che sappia dare il volto di Guidonia partendo dalla realistica presa d’atto di quel che è, oggi.