Guidonia si scopre come Eldorado per alcune imprese e croce per altre

Nel servizio di Elisabetta Aniballi si rinnova una triste tradizione di Guidonia. IL porsi come zona franca per la corretta esazione dei tributi e questo vale specialmente per le imprese. Tutto con l’occhio strizzato dell’amministrazione pubblica. Il problema non è solo quello della rispondenza agli oneri richiesti dallo Stato bensì il fatto che la città non è riuscita a beneficare di questo laissez faire de noantri (leggasi come impunità per chi produce e dà lavoro nella ponderata prospettiva che generi altri posti di lavoro e maggiore ricchezza nella società).

Se così fosse sarebbe anche un calcolo ponderabile. Una situazione comunque di illegalità! Ma basata su un ragionamento che deve portare a un riscontro.

I problemi però – se così fosse – è che le pessime ricadute sono due. La prima è che a Guidonia non c’è percezione di un’intensità produttiva. Le aree artigianali sono abbandonate a loro stesse e non conoscono da decenni servizi, capacità di essere completate e vivono lo smantellamento del sistema impresa presente nel resto del paese.

La seconda considerazione è che questa deregulation vale per alcuni e non per tutti. Le imprese del travertino, infatti, non sembrano beneficare degli aiutini in termini di esatto conteggio della corresponsione dell’Imu.

Anche nei rapporti col settore impresa si fanno figli e figliastri con la conseguenza di un’accentuazione delle conflittualità e l’aumento dello scontento generale.

Pagare “un Imu ridicola” potrebbe avere anche un senso politico sulla scorta di un patto sociale col mondo dell’impresa. “Patto” che, se ci fosse stato, non sarebbe riconoscibile nella vita concreta della città, attanagliata invece dalla disoccupazione e costretta ad essere legata a flebili speranze come il raddoppio del Car o altri investimenti pubblici sul territorio che hanno sempre il carattere della provvisorietà.

Ciò che non è provvisorio resta il recupero dell’area evasiva. Lì c’è sempre tanto lavoro da fare!