In un libro il lavoro di Eugenio Moscetti, uno scrigno di Storia antica per Guidonia

Siamo quel che rimane di noi. E se Guidonia custodisce la Triade – che campeggia orgogliosamente nella copertina dell’opera dell’ispettore onorario della Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio Eugenio Moscetti – questo lo si deve al caso o alla fortuna. Di scempi Moscetti ne indica molti nelle prime pagine del suo libro. Strade antiche e ville romane costellate di Storia da dare orgoglio alle generazioni avvenire hanno trovato una fine peggiore della sepoltura nella terra con l’edificazione spontanea di interi quartieri nella deregulation più totale. Ed allora la testimonianza libraria di Eugenio Moscetti più che l’ennesima celebrazione della ricchezza reale e potenziale dei capolavori di scultura e architettura ancora presenti in zona, è un monito ad abbandonare la “destructio destructionis humanae historiae” che caratterizza profondamente i nostri tempi. Sì, perché i beni lasciati dalla Storia ci piacciono quando appaiono come figurine, come pretesto per raccogliere turisti e far soldi, non per capire chi siamo e da dove veniamo.
La messa in evidenza dei reperti archeologici non serve semplicemente a dare soddisfazione alla discutibile componente antiquaria. Appare infatti risibile la pruderie che difende testimonianze arcane facendone un feticcio. Questi reperti, invece, servono piuttosto a dare uno spessore effettivo all’essente: al proprio essere come causato e non come semplice cosa trovata. Ma non si tratta semplicemente di orgoglio di appartenenza: anche quello avrebbe un sapore futile e amaro se riportato alle logiche che oggi governano l’attualità e il senso di proprietà della realtà locale.
Si tratta invece del tentativo di trovare un equilibrio tra le spinte che inducono giustamente a cambiare l’esistente per trovare condizioni di vita sempre migliori e la percezione che forse per un periodo nella storia dell’umanità questo equilibrio sia stato trovato – compatibilmente, certo, ai rovesci della fortuna e delle circostanze determinate sempre da condizioni storiche: invasioni, sopraffazioni, lotta per raggiungere ulteriori gradi di sicurezza in una vita la cui unica certezza sussiste nella sua finitezza.
E allora guardare questi volti tramandati da mani esperte che raffigurano i nostri avi, le strade da loro percorse per rendere adeguata la loro condizione di vita a un sistema di benessere raggiungibile, mostra che queste persone molto più vicine a noi. L’insegnamento fondamentale forse è proprio questo. Diversamente dallo strapotere delle soprintendenze che preferiscono la reliquia alla soluzione dei problemi degli uomini di oggi, il reperto archeologico parla di noi. Nel dare una dimensione non attuale delle persone, avvicina pulsioni, preoccupazioni, paure vicine a una condizione che è inalienabile per l’umanità. L’insegnamento probabilmente consiste proprio in questo. La Storia deve invece essere studiata perché sia da stimolo all’azione, alla vita. Non deve essere interpretata come una visione all’indietro tal da rendere “passivi e retrospettivi” alimentando il “memento mori”. Friedrich Nietzsche metteva in guardia dalla malattia storica intesa come malattia dell’uomo occidentale. Gli uomini del Terzo millennio, a differenza di quelli di fine Ottocento a cui parlava il filosofo tedesco, appaiono immuni da questa malattia. Sono sensibili però a quella più grave di legarsi alla cartolina ritenendo quella l’unica verità possibile. Quella cartolina dell’antico rischia così di educare la propria vita attuale a una semplice icona tanto per farne argomento nei salotti e questo sarebbe il modo migliore per cancellare il suo aspetto più pregnante.
Quindi valorizzare, senza consentire all’archeologia che diventa potere e istituzione pesante diventi appannaggio dei soli soprintendenti, è l’inizio della cura. In tal senso la testimonianza attiva di Eugenio Moscetti ci porta ad esser ciascuno più vigile nella tutela della propria Storia di umanità, di specie, di cultura sociale. Diversamente saremmo dei compulsivi che per reagire agli impulsi ricevuti perdono il senso stesso della loro umanità.

Il libro: Eugenio Moscetti, Tra Nomentum e Corniculum, stampato da Balzanelli, Monterotondo, pagg.325, ottobre 2012