Indice Rilevanza

Tutte le amministrazioni del Comune di Guidonia, nella sua storia, si sono scontrate con gli imprenditori delle attività estrattive. Ciascuna è poi arrivata a miti consigli. Si è lasciato alle attività la possibilità di lavorare senza vincoli immediati di “ritombamento” delle aree utilizzate. Stavolta però la sceneggiata promette la tragedia finale: la chiusura delle imprese e la conseguente disoccupazione per circa duecento lavoratori. Questo perché l’amministrazione in carica non intende fare quanto effettuato precedentemente: dare il via libera in cambio di una promessa, quella di ripristinare. La Regione Lazio dovrebbe rivendicare il ruolo di regia nella programmazione del territorio su area vasta ma si guarda bene dal farlo. Nessuno si perita di togliere le castagne dal fuoco all’amministrazione dei Cinquestelle che governa di Guidonia. Quindi i Cinquestelle sono soli. E in solitudine – senza riferimenti ideologici, urbanistici, valoriali (prima il lavoro o prima l’estetica ambientale?), senza qualcuno che gli spieghi il know how di procedure di questo tipo – vanno dritti per la loro strada. Chiedono di coprire quelle buche che da decenni hanno reso il territorio tiburtino un gruviera senza l’attrattiva di altre aree come Carrara. Non ci sono ordini superiori che arrivano dall’alto per i Cinquestelle. La consegna al rispetto delle leggi arriva prima di tutto. D’altro canto le imprese negli anni sono state al di sotto del minimo sindacale, in termini di tutela ambientale. Ed è anche per questo che non ci sarà nessun permesso-proroga di continuare nel lavoro di estrazione. Non intimorisce lo spettro dei lavoratori che scioperano. Del resto, dove sono stati finora? Quanti sono effettivamente? Qual è lo stato di effettiva occupazione che il settore estrattivo rappresenta nella città di Guidonia? Troppe domande poche certezze. Barbet non recede. Non firma. Del resto scommettere ancora sull’impresa del travertino significa prendersi in carico solo problemi ereditati dal passato. Al di là di chi ci lavora, il rapporto tra attività estrattive e cittadinanza è sempre più teso. Dal dopoguerra sono nati e cresciuti interi quartieri attorno alle aree estrattive. Ed ora in questi quartieri appare sempre più indigesta l’attività delle cave che per altro lavorano molto poco. A maggior ragione, a che serve prorogare il permesso di estrarre travertino? Ed è su questa domanda retorica un’altra ragione che porta l’amministrazione cittadina a non riconoscere ragioni attenuanti e ad applicare la legge. In più la scommessa dell’area consiste nella realizzazione del Parco Termale. Quando anche Guidonia avrà la concessione dell’uso delle acque solfuree, la corsa sarà a fare impresa in questo ambito. E allora la presenza di attività estrattive che emungono acqua solfurea per estrarre il materiale lapideo, che emettono polvere derivate dalla lavorazione dei marmi, sarà un ostacolo. E poi c’è un criterio che è di diritto naturale. IL travertino sotto terra, come l’acqua, è di tutti. Si concede di estrarlo e farne commercio ma a condizione che l’ambiente geologico, dopo questa lavorazione, ritrovi il suo habitat originario. E questo si ottiene con il ripristino che le imprese debbono garantire. Ma questo lavoro di ripristino costa l’ira di Dio. Effettuarlo a norma di legge significherebbe rendere impossibile la redditività dell’impresa. Significherebbe dire che la pietra potrebbe essere escavata solo nel Terzo Mondo, in condizioni di garanzia per l’ambiente e per il lavoro totalmente giubilate. Come può dare risposta a questi problemi l’amministrazione comunale? Non può. Ed è così che rifiutare di siglare l’ennesimo accordo sulla carta si pone come l’unica risposta possibile.