“Guidonia è di chi la ama” (cit. Alessandro Messa). Sì, perché è troppo facile dire di amare Roma. Lo stesso vale per Tivoli che offre storicità, tradizioni millenarie, radicamento culturale. Ma anche Guidonia ne ha. Solo che non emerge a dovere. Affermare le sue potenzialità dovrebbe essere il lavoro dei suoi amministratori, ma anche dei cittadini, perché ce ne sono sempre di nuovi. Ma se un assessore incidentalmente dice che è un “posto di merda” e nessuno solleva Guidonia dalla merda delle parole in libertà proviamo a farlo noi coi nostri modesti mezzi.
Peggio dell’offesa è farla passare come considerazione condivisa. I consiglieri di Guidonia, come descritto da Gea Petrini su Dentro Magazine, si disoccupano totalmente del “dictu” quanto del suo assertore. Guidonia non è del nomadismo rom che arriva in luoghi in virtù dell’assegnazione della questura assai generosa quando si tratta di dare collocazione in questo asse est. Guidonia non è dei costruttori beceri che hanno realizzato edificazioni i cui servizi sono arrivati decenni successivi grazie alle risorse incassate da nuove concessioni edilizie su cui però non c’era la previsione delle specifiche infrastrutture. Guidonia non è della malavita, autoctona e importata, che la prende come base per operare nelle piazze romane. Guidonia non è di chi vorrebbe stare altrove e ci risiede come fosse al di sotto delle sue aspirazioni. La lista di questa tipologia di persone potrebbe continuare. È per questo che sono pochi a difenderne l’immagine. Quando si è minoranza la paura è quella di rimanere isolati. Ed è per questo che lo slogan “Guidonia è di chi la ama” appare ancora quello più efficace perché inclusivo e fonda un’idea nuova di cittadinanza: attiva e di volontà. Impossibile convincere del contrario davanti la vulgata imperante. Possiamo almeno proporre dei dati in cui tanta merda non è più né meno che in altre parti della provincia romana.
Ciascuno pensi a quella che ha dentro di merda, la tiri fuori per liberarsene e si cominci a pensare al nuovo.