Il sovrano rappresentato a teatro nelle sue confessioni da Hammamet

 

Craxi come Adriano nel suo buon ritiro di Hammamet ripensa alla vita, agli inganni, alle battaglie vinte e perse. C’è la malinconia per le aspettative vitalistiche della gioventù ma anche l’orgoglio di una vita gloriosa che però gli ha negato la vittoria finale.

Nel raffronto tra Adriano e Craxi, non sia di ostacolo la considerazione che il ritiro per l’imperatore di Roma era quello di un sovrano pienamente in carica mentre per il segretario dei Psi si è trattato del riparo per il principe detronizzato. Un grande della storia resta grande, indipendentemente da quel che fu l’ultimo suo esito nella vita terrena. In ogni grande personaggio della Storia il solco lasciato nelle memorie di tutti non risponde all’ultimo risultato utile conseguito nella vita di uomo.

Come per Napoleone Bonaparte narrato nel V Maggio di Alessandro Manzoni, il profilo di Bettino Craxi non viene sminuito dalla fine anticipata per i processi giudiziari e per le incontinenze di piazza con lancio di monetine.

Craxi resta un personaggio di una potenza storica e narrativa imparagonabile con altri protagonisti italiani del secondo dopoguerra. E questo non può rimanere sbiadito per il momento di cupa malinconia del ritiro ad Hammamet.

Però è così che ce lo rappresenta Massimo Perrotta nella rappresentazione proposta a teatro Imperiale il 24 giugno.

Craxi in totale solitudine. Questa la condizione di un uomo politico e non solo perché le sue sorti si sono rovesciate. Craxi capisce il suo tramonto. Craxi non risponde al telefono. Preferisce parlare al registratore. Sarà un testimone migliore delle sue volontà. Craxi vuole raccontarsi e, per quanto siano illuminanti i ricordi di statista, la memoria lo riporta alle ferite dei processi per illecito finanziamento dei partiti.

Una rappresentazione che non rende giustizia della Storia e del personaggio storico ma evidenzia la sua macerata malinconia.

Composto di tre monologhi avvicendati dalla danza dell’aleatorietà della Storia, il Craxi proposto a teatro da Roberto Pensa, nei panni dell’ex presidente del Consiglio, e Alberto Mosca, voce narrante, manca però dell’efficace sintesi di cui era capace il protagonista reale: Bettino Craxi in persona vera e propria.

Qui l’uomo rimane inviluppato in sé stesso e non riesce a darsi spiegazione della sua nemesi. Non se la prende col “destino cinico e baro”, come Saragat, ma nemmeno fa autocritica. Rimane in lui il dolore per il senso di incompiuto della sua opera politica. Come se il suo corpo fosse rimasto amputato e la parte positiva, ideativa, progettuale, fosse rimasta in Italia – anche se priva di una sostanza in grado di dargli seguito. Testa e membra sono ad Hammamet.

Craxi non può che guardare sé stesso attraverso le rammemorazioni spontanee prodotte dal suo dolore di persona politica a metà. Nel suo rifugio africano, non avendo un futuro sul quale sperare né un passato che qualcuno voglia ascoltare, nella sua solitudine di leader gli rimane il grido dei primi moti carbonari che lo aveva infiammato da ragazzo: Evviva l’Italia!