Il registro delle unioni civili è un’idea che il mondo del politically correct può tenersi ben stretta. A Guidonia non passa
Passa la linea per cui le unioni civili non possono arrivare dal brulicare delle piccole assemblee di paese in diverse parti d’Italia. Un modo infido e democraticistico per dire: “gli italiani lo vogliono, perché non legiferiamo?” Gli italiani non le vogliono. Almeno non le vuole Guidonia. (Con buona pace dei progressisti a la page, dei modaioli attenti a ogni nuova tendenza). Sia sindaco che presidente del Consiglio comunale astenendosi in Consiglio comunale hanno detto in sintonia: non è affare che un Comune può risolvere. Il lavoro del legislatore lo faccia il legislatore.

La decisione è arrivata martedì 20 gennaio. La vittoria è per coloro che, dis-occupandosi di compiacere un argomento “In”, infischiandosene di apparire demodé, hanno abbracciato questa tematica per combattere la propria battaglia di identità: si chiama famiglia, quella propriamente detta, come il cristianesimo insegna, non altro. Rafforzata con la dichiarazione fortissima di Papa Bergoglio: “senza famiglia non ci sarebbe il cristianesimo”. (Tra tante asserzioni lanciate in questi ultime settimane non si capisce perché proprio questa dichiarazione sia non stata sufficientemente ripresa).

A sorpresa anche Sebastiano Cubeddu dei Cinque Stelle ha votato contro il registro delle unioni civili. La sua motivazione guarda però la questione giurisprudenziale: il Comune non è stato a sé, né una federazione autonoma. Inutile qualsiasi delibera di adozione di un registro senza un piano nazionale. Invece il collega di schieramento grillista, Giuliano Santoboni, in nome dell’affermazione dei diritti di ciascuno, aderisce alla proposta.

Compatto il Centrodestra. Il suo primo alfiere, il capogruppo di Forza Italia Michele Venturiello, per primo aveva solennemente affermato il suo “no”, senza i tentennamenti di diversi colleghi di schieramento. Anche Anna Maria Vallati, la più votata in Consiglio comunale, a dare forza al fronte del no. Nel dibattito Augusto Cacciamani traccia la sintesi morale della questione. Il rappresentante del Nuovo Centrodestra parla di “rispetto” e “adesione”. Rispetto per la libertà di ciascuno, adesione a un modello di vita che è quello reale, effettivo, sostanziale. Quello che da sempre regola il nostro tempo e i nostri giorni. Sottintende, chiaramente, quello cristianamente tramandato.

Ma chi arriva alla radice escatologica (eschatòn) del problema,  è Alessandro Messa. Il Consigliere di Fratelli d’Italia non si fa scrupolo di affrontare sinteticamente i pericoli dell’ideologia dell’appiattimento. Il malinteso riconoscimento dell’altro non deve dirottarci sul fatto che esiste un ordine delle cose. Questo il modus ponens di Messa. L’ordine è dato dalla natura. Il resto non esiste. Specialmente se il resto è dato dall’ideologia. Messa ammonisce su una forma di indulgenza incondizionata che riconoscere tutto e tutti in modo indifferenziato. Mentre il non cogliere le differenze, il vedere il mondo in una dimensione omologante, consiste nella fine della persona e della libertà.La tendenza fondamentale del nostro tempo acquisisce il diverso, lo fa suo, ma non per trovarci bellezza o insegnamento, bensì per appiattirlo al rango di consumatore. Perché rischia di diventare la funzione della persona in una società organizzata. Contro questo bisogna ribellarsi.

In Consiglio comunale sono dodici votanti contro il registro. Il Pd con Giuliano Santoboni non sfondano la muraglia dell’opposizione e si fermano a sette.