In questi giorni Roma è passata dalla linea del decentramento alla richiesta di accentrare su di sé certi poteri per toglierli alla Regione Lazio, eccezion fatta per la gestione della Sanità

Il cambiamento di linea sarà ricordato come epocale. Oggi ancora non ce ne accorgiamo perché non è arrivato alle determinazioni dirette. Passando dalla politica per il decentramento a una linea per l’accentramento e l’acquisizione di potere, Roma cambierà il suo rapporto con la città metropolitana considerandolo sua pertinenza. Il tutto davanti all’indifferenza di tutti che, giustamente, non stanno a guardare a questioni di confine teorico ma guardano molto più opportunamente se le strade sono liberate dai rifiuti, quanta fatica costa accedere agli uffici e fare un certificato, avere dei riferimenti certi nello svolgimento della propria realtà urbana … Poco interessa cosa chiede Roma. La parola è assai più spesso declinata all’uso di ragionamenti calcistici che identitari e politici.

E invece quello che fa e propone Roma resta un aspetto centralissimo alla cui discussione ogni parte della Città Metropolitana dovrebbe concorrere. E invece a Guidonia ci si divide su comportamenti rionali, e questo è giusto oltre che comprensibile. Il problema però è che non si riesca mai ad alzare la testa per reclamare il diritto di intervenire sulle politiche urbanistiche di larga scala.

La novità è quella su cui il primo giugno è stato annunciato l’accordo delle forze politiche: poteri speciali, risorse e strumenti per Roma che avrà il potere di determinarsi come un ente regione, superando i limiti imposti dal suo essere ente-Comune. Come Parigi, Londra e Berlino, Roma finalmente sarebbe trattata come capitale. È quindi da mesi sotto esame il ddl di riforma costituzionale presentato da Paolo Barelli di Forza Italia, come primo firmatario.

Secondo la bozza in esame però sarebbe Roma Capitale ad avere poteri speciali. Tutto a detrimento della Città Metropolitana che si vedrebbe come mera ancella presa a ratificare sul piano pratico quello deciso dalla capitale. È su questo processo in formazione che si dovrebbe intervenire con un sindaco forte, autorevole, referenziale, in grado di parlare alla pari non solo con Roma Capitale ma anche con le sedi decisionali centrali rappresentati dall’asse di governo del paese.

Ed è così che Guidonia deve svegliarsi dal torpore in cui si è confinata negli ultimi cinque anni e suonare la carica.

Già il 5 maggio 2022, l’assessore romano all’urbanistica Maurizio Veloccia aveva annunciato in una grande convention all’auditorium che si intendere mettere mano al piano regolatore approvato da Veltroni. Questo significa: semplificazione delle norme ma poi “premiare il riuso del patrimonio esistente per determinare l’espansione della città nell’agro” (cit. nella relazione a pag. 3). E poi anche evitare quel rimbalzo tra Comune e Regione nell’approvazione dei piani attuativi: “le loro varianti che oggi avrebbero bisogno di anni per arrivare a complimento”.

Tutto ciò è positivo ma comporta un marketing territoriale tale da rendere maggiormente competitiva la capitale piuttosto che il suo territorio confinante. Un grande investimento produttivo potrà tornare a guardare con maggiore attenzione la grande città piuttosto che la sua area metropolitana. E questo è un rischio per Guidonia che vedrebbe compromessa la capacità di crescita urbanistica in termini di accoglienza di nuove attività d’impresa.

Non c’è possibilità di creare nuovi posti di lavoro se non facendo valere la sua potenzialità strategica. E Guidonia deve farla valere evidenziando il suo grande potenziale come area ci accesso alla centralità di Roma Capitale.